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Ilaria Barbotti, Presidente di Igers Italia, si racconta.

Ilaria Barbotti, instagramer del mese, si racconta. Tra etica e cuore.

Molti già la conoscono: Presidente di Igers Italia, esperta di dinamiche social e web, digital PR, influencer, scrittrice. Proprio in occasione dell’uscita del suo ultimo libro Instagram Marketing e delle prossime tappe che la condurranno, a giugno, a Roma e a Matera per presentarlo, non potevamo che eleggere instagramer del mese Ilaria Barbotti, aka @ilarysgrill, che si è raccontata per noi in questa lunga intervista.

Ciao Ilaria. Molti instagramer ti seguono da tempo, ma partiamo dal principio: come definiresti, oggettivamente, lo strumento Instagram?

Instagram è, oggettivamente, un utile strumento di visual storytelling e comunicazione visiva, che può essere utilizzato in tanti modi per comunicare un’azienda, un prodotto, un evento o una destinazione. Ma può essere molto interessante anche per i fotografi, per raccontare progetti personali e, quindi, privati.

Cosa significa per te Instagram?

Instagram per me è stato un po’ il fattore scatenante di alcuni cambiamenti nella mia vita e, sicuramente, della mia carriera professionale perché, proprio da quando ho scoperto questo social nell’ormai lontano 2011, ho capito qual era la mia strada e poi, negli ultimi tre anni circa, è riuscito a farmi comprendere meglio qual era il reale valore del mio lavoro, cioè le pubbliche relazioni.

Qual è la tua filosofia? 

Dipende da cosa si vuol intendere con “filosofia”. La mia è quella di utilizzare Instagram in maniera spontanea per raccontare un progetto, chiaramente capendo quali siano le cose che possano interessarmi e interessare, verticalizzandomi su di un tema specifico. E questo penso valga, in generale, sia per raccontare le aziende che le persone.

Sei all’origine della community di Igers Italia: ieri e oggi di questa grande comunità.

Igers Italia nasce nel 2011 come una grande famiglia di appassionati dell’app e di amici. Eravamo in “pochi” (qualche centinaia), uniti in una cosa abbastanza piccolina se paragonata ad oggi. Nel tempo, infatti, questa realtà è cresciuta tantissimo e ha avuto un picco massimo tra il 2015 e il 2016, con una vera e propria esplosione e diffusione territoriale. Adesso la situazione si è un pochino più stabilizzata, poiché siamo capillarmente diffusi in tutta Italia. Ultimamente, mentre prima le attività principali erano quelle di incontrarsi nei territori per promuoverli, la funzione principale dell’Associazione è sì quella di fare networking e associazionismo, ma anche cercare di ragionare sul futuro di questo social e sull’etica, su come poter lavorare con questo mezzo senza dover ricorrere a sotterfugi, cercando di mantenere una professionalità e una serietà che da sempre contraddistinguono chi ha fondato ed è cresciuto in Igers Italia.

Cosa diventerà? 

Non so delineare il domani dell’Associazione, ma quello che sicuramente conosco è il suo presente. Lavorare sull’etica e su quelli che sono gli interessi etici della maggior parte dei soci sono gli obiettivi con cui continuare a fare associazionismo e a promuovere il territorio italiano nel mondo attraverso il digitale, due punti fermi, questi, che rimangono invariati. Nel futuro vedo sempre di più una focalizzazione su queste tematiche, che sono già importanti oggi e lo saranno sicuramente nei prossimi anni. L’interesse e l’attenzione sono tutti su questo strumento proprio perché Instagram è il social del momento, quello che permette lo sviluppo di tante progettualità e anche la creazione di tanti sbocchi professionali (non parlo solo di influnecer, ma anche di fotografi, videomaker, ecc). Per questo ritengo che sia utile e necessario cercare di renderlo il più serio e professionale possibile, nonostante Instagram stesso faccia “resistenza” e non sia così sicuro come abbiamo avuto, purtroppo, modo di apprendere negli ultimi mesi.

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Ilaria Barbotti in uno scatto di Danny Veroli

Quanto influisce Instagram nella promozione delle destinazioni e dei territori? E quali sono i risultati tangibili di queste operazioni?

Instagram è stato sempre interessante ed è sempre stato utilizzato, da quando siamo nati, per promuovere le destinazioni turistiche. Siamo stati i primi a farlo nel 2011 e continuiamo ancora oggi, nonostante la presenza di molte realtà, sia in Italia che all’estero, che lo usano per promuoversi. I risultati che può portare, è vero, non sono sempre misurabili o tangibili (a meno che non si abbiano link utili per monitorare il numero di visite e prenotazioni). Sicuramente si tratta più di progetti di comunicazione visuale interessanti che, se costruiti bene e in modo professionale, possono portare effetti quantificabili e tracciabili sempre. Quindi, non basta organizzare dei blog tour o degli Instagram tour per affermare che si operi nel marketing delle destinazioni, ma occorre sicuramente fare molto di più. Quello che posso sicuramente dire, a livello di tangibilità, è che moltissime persone hanno appreso di luoghi che sono poi diventati iconici su Instagram e, quindi, grazie a questo social e alle foto degli instagramer, gli stessi utenti hanno conosciuto destinazioni a loro ignote dell’Italia e che poi sono diventate loro mete turistiche, cosa che, ovviamente, ha influito sulle destinazioni stesse. Io per prima ho prenotato la mia ultima vacanza a Bali dopo aver visto alcune foto su Instagram.

Hai seguito e promosso diverse azioni di marketing territoriale e delle destinazioni, utilizzando questa piattaforma. Quali sono quelle a cui sei più legata?

Di progetti ne sono stati realizzati tanti. In Italia e in Europa abbiamo centinaia di case history in tal senso e io stessa ne ho seguiti diversi, molti da ospite, molti altri da coordinatrice, alcuni da influencer e altri da project manager. Quando, infatti, ho avuto e ho la fortuna di progettarne anche l’idea, questi ultimi diventano quelli che mi piacciono di più, proprio perché metto in moto la creatività progettuale. Ne ricordo due in particolar modo: uno realizzato durante l’estate e uno a cavallo tra l’autunno e l’inverno del 2017, Marche Express il primo e Viviamo le Marche: un giorno con il testimonial il secondo. Entrambi sono progetti istituzionali dell’Assessorato alla Valorizzazione del Territorio e promossi da Regione Marche, con la partecipazione di Confcommercio Marche e in collaborazione con ristoratori e albergatori del territorio.
Sulla base della mia esperienza e dei risultati di queste due occasioni in particolare, il consiglio che posso dare è quello di realizzare progetti che durino un pochino più nel tempo, più strutturati e che non si riducano ad essere uno spot una tantum. “Marche Express” è durato praticamente tutta l’estate (due mesi e mezzo circa), mentre il secondo ha coperto i mesi tra l’autunno e l’inverno. Tutti e due sono serviti a raccontare in maniera nuova se non tutte, buona parte delle Marche, attraverso influencer nazionali e marchigiani. Questo è forse il progetto che mi è piaciuto di più: un marchigiano che accompagna un influencer nazionale “a casa sua” è una cosa molto carina in termini di interazione. Di “Amo le Marche”, invece, era simpatica l’idea di coinvolgere un marchigiano importante, famoso (uno chef, un imprenditore, qualcuno veramente noto anche a livello nazionale o internazionale) e farlo intervistare da un influencer nazionale. A questo progetto hanno partecipato nomi davvero prestigiosi del panorama web. Sono entrambi progetti importanti, che ricordo con piacere e a cui sono molto affezionata.

Cosa ne pensi dell’Influencer Marketing? Puoi raccontarci un caso di successo? 

Di influencer marketing se ne sta parlando molto da due anni a questa parte. Personalmente me ne occupo dal 2011, coinvolgendo persone interessanti, oltre che la community o diverse altre situazioni. Di fatto, sono sette anni che creo questo tipo di progettualità e che vedo nascere ogni giorno, continuamente, nuove agenzie o piattaforme che se ne occupano. Confesso che un po’ ne sono preoccupata, nel senso che ancora non sembra sempre esserci competenza in questo ambito e, purtroppo, si tende a sottovalutare la qualità delle interazioni e delle collaborazioni. O meglio: tutti sono interessati al numero di follower, ma molti tralasciano la qualità di un contenuto, deducibile dal numero di like e di interazioni reali che ha prodotto. Ecco perché mi pongo come obiettivo quello di cercare sempre la persona giusta per quel tipo di progetto o quel tipo di brand. Non prendo mai persone a caso o perché hanno tanti numeri. Faccio un esempio: c’è una persona che è poco seguita o non ha numeri altissimi, però è perfetta per un brand o un progetto. Ecco, per me quella persona, in quel momento, vale cento rispetto a una che pur avendo trecentomila follower non ritengo possa essere in linea con quel programma e che, in quel caso specifico, vale dieci, perché non adatta. Per me l’attinenza progettuale di un profilo è fondamentale.

Nella tua ultima pubblicazione (Instagram Marketing, ed. Hoepli), parli molto anche di etica. In quale accezione e quanto per te è importante considerarla nel mondo Instagram?

Nel mio ultimo libro parlo molto di etica proprio perché forse non ne parla quasi nessuno. Tutti discorrono di numeri, di conversioni, di influencer, di chi sono e cosa fanno, di quanto guadagnano, ma mai nessuno parla di etica e lavoro professionale che invece è l’unica cosa di cui bisognerebbe parlare. Quindi ho focalizzato tutto il mio ultimo lavoro su questa tematica, coinvolgendo alcuni dei professionisti più importanti e preparati, in Italia, in questo ambito. Non a caso, come Associazione abbiamo costituito, all’inizio del 2017, un comitato scientifico e scritto un codice etico per Digital content creator, perché l’etica è una, anzi, La tematica di cui si si dovrebbe parlare di più (e sempre) e che cerco di mantenere viva ogni volta che me lo chiedono o ne ho occasione, anche nei convegni o negli speach a cui partecipo.

Cosa ne pensi di chi utilizza “mezzi” non proprio “onesti” per far crescere la propria digital reputation velocemente?

Ritengo che chi non lavora in maniera etica o non professionale sbagli moltissimo. Di conseguenza non mi faccio coinvolgere nelle loro progettualità o non li coinvolgo nelle cose che faccio. Il mio impegno, e quello delle persone che lavorano con me e che mi sono vicine, è quello di continuare a lavorare in tal senso. Quando, infatti, andiamo a selezionare i nostri collaboratori o gli influencer, andiamo a monitorare e valutare che tipo di engagement hanno, in che modo e a quali persone parlano, che target hanno e se questo è reale o fittizio. Chi pecca di etica o non è professionale, non può e non dovrebbe proprio lavorare in questo campo. Purtroppo, però, come succede anche in altri ambiti, tutti i giorni capita che queste persone siano coinvolte in diversi progetti, anche quando non lo meritano affatto.

I social network hanno fatto si che si creasse una sorta di “cultura della fretta”: raccontare tutto e subito, spesso privandolo del giusto valore e delle giuste emozioni. Cosa ne pensi?

Per quanto riguarda la cultura della fretta mi trovi d’accordo. Io stessa spesso ne sono vittima anche perché mi piace molto condividere live le cose che faccio o a cui partecipo. E mi piace anche viverle live: quando vedo una foto o una story scattata e condivisa con l’emozione del momento, quindi di pancia, sicuramente mi emoziono molto di più e credo succeda lo stesso anche ad altri che la guardano, rispetto a vederne di alcune studiate, strutturate e che hanno sicuramente richiesto del tempo per scattarle, post produrle e condividerle. Questo non significa che sia sbagliato condividere contenuti meditati: ci sono alcuni fotografi professionisti molto bravi che lavorano in questo modo come, per esempio, Sara Melotti. Lei è una fotografa professionista che viene dal mondo della moda e poi si è spostata su quello del travel. Viaggiando molto, scatta molte fotografie e crea dei racconti digitali molto interessanti. I suoi non sono solo dei contenuti postati, ma dei post contenenti valore. Quindi, sì, sicuramente la differenza sta nella creazione del contenuto, che si scatti una foto e la si condivida o se ne scattino alcune che richiedono dei processi molto lunghi di elaborazione. Se dovessi scegliere d’istinto, sarei più propensa per la prima opzione che per la seconda, ma spesso, per alcune progettualità o per questioni legate al personal branding, molti contenuti è meglio vagliarli ed editarli, prima di pubblicarli.
Il discorso si fa un po’ diverso per le stories: per queste mi piace vedere contenuti live, nel momento in cui stanno accadendo, anche se molti instagramer, ultimamente, stanno creando contenuti visual post prodotti molto interessanti e che pubblicano solo dopo aver vissuto quella particolare situazione, perché magari necessitano di curare video e foto per particolari motivi di editing o contesto narrativo. Anche questo è un modo di condividere un buon contenuto, se fatto in maniera professionale. Quindi: cultura della fretta OK, ma senza abusarne. Tutto dipende da su quale tipo personal branding si sta lavorando. Ci sono account che condividono tantissime stories per parlare di qualcosa, e io le guardo perché piace a me conoscere cosa ha da dire chi le pubblica, come ci sono profili che seguo, che condividono un numero inferiore di stories che raccontano una particolare cosa, un prodotto o un evento, ma riescono a comunicare bene e a rendere interessante quel contenuto, magari anche curandolo nell’aspetto estetico. Tutto dipende, quindi, da quello che si vuole e da come lo si vuole comunicare.

Cosa consiglieresti a chi muove i primi passi in questo mondo? E in chi ne fa già parte da tempo?

Chi sta muovendo i primi passi in questo mondo deve sicuramente tener presente che si tratta di un mondo difficile e che sì, arriva forse un pochino in ritardo. A livello personale, ritengo che oggi sia molto complesso crearsi una nicchia in un mondo molto saturo. Parlo del travel, come del food, del beauty… c’è un mondo di offerta in questi settori, è molto difficile crearsi un proprio seguito e far si che le aziende possano notare qualcuno e che, quindi, sai facile lavorare come influencer. Ad ogni modo, in questi casi consiglio sempre di costruire una nicchia, lavorando su qualcosa di specifico, di proprio e che possibilmente non fa nessuno o quasi. Questo vale dal punto di vista personale, ma se spostiamo lo sguardo sul lato aziendale, invece, c’è un mondo da scoprire: le aziende, infatti, potrebbero fare davvero tantissimo per creare bei progetti con contenuti creativi interessanti. Potrebbero sbizzarrirsi, ma ancora sono in pochi a farlo e questo purtroppo è un problema.
Per chi invece c’è già e si sente molto arrivato, sono dell’idea che la verticalizzazione e la specializzazione siano comunque necessarie. Un consiglio potrebbe essere quello di lasciar perdere il travel o settori eccessivamente saturi, specializzandosi su qualcosa di diverso, specifico, nuovo. Nel mio libro, infatti, parlo molto anche di questi aspetti.

Progetti personali e di community per il futuro?

Tra i progetti personali c’è sicuramente la presentazione del libro. Ho previsto poche tappe, intense e molto importanti. Nei mesi scorsi ho presentato il mio libro a Milano, i primi di giugno sarò a Roma e a fine giugno (il 23, ndr) sarò Matera, quindi sia nella capitale d’Italia che nella Capitale europea della Cultura per il 2019.
Tra i progetti personali e professionali insieme, invece, spero di poter contribuire ancora, con la mia creatività, alla realizzazione dei progetti che mi vengono proposti. Svolgere solo il ruolo di mera PR è la base del mio lavoro, ma non mi completa. Ecco perché ci tengo a metterci del mio nelle proposte che mi vengono presentate.
Per quanto riguarda la community di Igers Italia a livello nazionale ho risposto nelle prime domande quali siano gli obiettivi e i progetti per il futuro: focalizzarsi sul tema dell’etica e della professionalità, cercando di approfondire sicuramente le competenze di comunicazione digitale e fotografia, con molta formazione. A livello territoriale continueremo a fare promozione dei territori come facciamo dal 2011, quindi ogni community locale continuerà ad avere la libertà e l’opportunità di raccontare l’Italia e i propri territori tramite Instagram e grazie al supporto della rete che si è costruita tra le community.

 

Grazie Ilaria, ti aspettiamo in giro allora, “scattante come sempre!

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