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Vivian Maier in mostra a Bologna

Quella di Vivian Maier è una storia particolare. Forse più adatta alla sceneggiatura di un film moderno che alla realtà in cui è vissuta.

Chi era Vivian Maier?

Nata negli anni ’20, americana ma di origini franco-austro ungariche, lavorò negli Stati Uniti come bambinaia prima e come governante poi. Ma non è questo che rende la sua vita affascinante. Fin qui è una storia che potrebbe sembrare un percorso comune a molte donne del suo tempo, ma grazie a John Maloof possiamo finalmente comprendere l’altro lato di Vivian Maier. Si, perché fu lui a ritrovare oltre 100.000 negativi, venuti alla luce quando nel 2007 comprò un baule messo all’asta nel Northwest Side di Chicago. Tutto è raccontato nel documentario, che vi consiglio di vedere,“Finding Vivian Maier”: dalla scoperta dell’immensa mole di materiale fotografico alla ricerca estenuante della corretta identità della fotografa bambinaia, anche attraverso la pubblicazione dei suoi scatti su Flickr. È qui che molti foto amatori e professionisti hanno riconosciuto l’eccezionale bravura dell’ignoto autore, e, di conseguenza, hanno spinto Maloof a non smettere di cercarlo. Solo dopo lunghissime ricerche e l’acquisto degli altri due bauli appartenenti allo stesso lotto è stato possibile individuare il nome, ma la Maier era già deceduta l’anno prima per una caduta rovinosa sul ghiaccio.

“Una persona tanto riservata”, così la definiscono le persone che l’hanno conosciuta  e i bimbi che lei ha allevato, ora adulti dicono di lei che per loro fosse “solo la loro bambinaia”, ormai stupiti della sua fama postuma. Eppure Vivian, nella sua stanza chiusa a chiave, nella quale non permetteva a nessuno di entrare, custodiva la sua passione privata per la fotografia e, probabilmente, un’altra parte di sé, più ironica e visibile nei suoi tanti autoscatti. Nonostante questa estrema riservatezza, era affascinata dal mondo circostante, nella sua semplicità. La sua attenzione era catturata dalla quotidianità, gli sconosciuti erano il suo mondo ma immortalati sempre con un certo distacco, che rispecchiava il suo modo di essere. Ma non era l’unico elemento della sua personalità a spiccare : era ironica e soprattutto curiosa. Amava viaggiare, tanto da essere stata in viaggio da sola per sei mesi, visitando l’Asia e l’Europa.

Ma come è stato possibile permetterci di ammirare le sue foto in giro per il mondo?
Per creare i negativi digitali ,quasi tutti gli oltre 100.000 negativi ritrovati sono stati disposti su un tavolo luminoso e poi scannerizzati, ma ne mancano ancora 2000.

L’esposizione a Palazzo Pallavicini

Parte del suo lavoro, circa 120 fotografie, è adesso in mostra a Bologna a Palazzo Pallavicini fino al 27 maggio 2018, divisa in sei  temi: Street Photography, Infanzia, Forme, Ritratti, Autoritratti e Colore. Ma la mostra, e in generale tutto il suo lavoro, non può essere fino in fondo compreso e apprezzato senza fare riferimento alla Rolleiflex, la macchina fotografica che maggiormente ha utilizzato e con la quale spesso viene identificata, di cui un modello è esposto in una delle sale di Palazzo Pallavicini [per l’esattezza, usò Rolleiflex 3.5T, Rolleiflex 3.5F, Rolleiflex 2.8C, Rolleiflex Automat, per poi passare a una Leica, in linea con le esigenze del tempo.

Vivian e la sua Rolleiflex

Ma come funziona una Rolleiflex? Iniziamo con il dire che si tratta di una macchina nata nel 1928 dalla necessità di costruire una fotocamera facilmente trasportabile e che potesse essere utilizzata dai soldati nelle trincee senza doversi sporgere. La scelta da parte dei costruttori di utilizzare il rullino aveva come scopo quello di coniugare velocità e operatività, che le pellicole piane, invece, rallentavano. Dispone di due ottiche fisse con lenti Zeiss: quella superiore per la visione, quella inferiore per lo scatto della fotografia. L’obiettivo biottico consente di inquadrare dal basso. Questo tipo di macchina, e quindi di inquadratura, rispecchia il modo di fotografare della Maier, e lo vediamo chiaramente nelle foto in mostra: le permette di evitare quasi sempre il contatto visivo con il soggetto fotografato, di restare sulla soglia della scena, rendendo inconsapevoli i protagonisti e a volte inserendo la sua stessa ombra o il suo volto riflesso nella composizione della foto. É su questi elementi che la curatrice dell’esposizione adesso ospitata a Bologna, Anne Morin, individua nella distanza la chiave del lavoro della Maier.

Cos’è possibile ammirare alla mostra di Vivian Maier

L’istallazione ripercorre i temi fondamentali toccati dalla fotografa, nella sua segreta carriera. Cominciando dalla Street Photography, sono la New York e la Chicago degli anni ’50 e ’60 lo sfondo principale dei suoi scatti,in cui si alternano dettagli, come le mani intrecciate di due fidanzati, a scene ordinarie delle quali era spettatrice, cogliendone l’attimo giusto ma senza cercarne il contatto. Una sezione è dedicata all’Infanzia, in quanto i bambini hanno rappresentato una costante della sua vita da bambinaia. È spesso con loro che esplora la città, facendoli diventare anche soggetti consapevoli dei suoi scatti, attraverso messe in scena oppure fotografandoli nella loro vita quotidiana. Fu questo anche un modo per studiare il rapporto genitori-figli, descritto nelle molte fotografie in cui adulti e bimbi interagiscono e da cui era in qualche modo affascinata. Ma se le persone erano una costante del lavoro fotografico di Vivian, altrettanto lo erano le forme, il terzo tema presente nella mostra. È qui che i suoi soggetti interagiscono con linee, spazi, ombre, in una escalation di contrasti e ripetizioni. È in questa serie che si può apprezzare ancor di più un altro tratto caratteristico del lavoro della Maier: la composizione e l’equilibrio. Nella sezione Ritratti, sono raccolti alcuni dei più famosi primi piani da lei scattati, principalmente a figure femminili. È interessante aggiungere un diverso approccio adottato dalla fotografa in questo genere di foto. Mentre nel caso di persone indigenti o comunque in difficoltà continuava a mantenere la distanza che la contraddistingueva, nel caso di persone dell’alta società si comportava diversamente, invadendo i loro spazi e cercando, a volte, un contatto per infastidirle e procurare una sorta di smorfia che era subito pronta a immortalare. La qualità delle foto è impressionante, gli occhi parlano, ogni espressione del volto sembra prender vita, anche i dettagli delle stoffe o dei capelli lasciano senza parole. Cosi come, nella sezione degli Autoritratti, colpisce l’immensa ironia di Vivian, che giocava con sé stessa, prendendosi poco sul serio, specchiandosi su diverse superfici e giocando con la sua stessa ombra, sempre perfettamente inserita nel contesto della sua vita quotidiana, ma sfuggendo sempre con gli occhi l’obiettivo. L’ultima sezione è dedicata al Colore, a cui corrisponde il cambio del corpo macchina: siamo negli anni del boom Leica, l’epoca dei reportage con la conseguente esigenza di corpi leggeri. Soprattuto la costringe al contatto visivo, a causa del mirino ad altezza occhi e non più a pozzetto. È cosi che scopre il colore, concentrandosi sui dettagli, sui contrasti di colore, sbizzarrendosi con la scala cromatica finora sconosciuta.

Mi chiedo se Vivian Maier sarebbe stata felice di vedere esposto quello che lei considerava il suo mondo. Se pensiamo che tutti i suoi negativi erano chiusi in tre bauli e che la maggior parte di questi non erano nemmeno stati sviluppati, è facile pensare che Maloof ne abbia quasi violato la volontà. Ma una cosa è certa: grazie a Maloof abbiamo scoperto un talento che non meritava l’oblio.

“Bene, suppongo che nulla è destinato a durare per sempre. Dobbiamo fare spazio ad altre persone. È una ruota. Vai avanti, devi andare fino alla fine. E poi qualcuno ha la stessa opportunità di andare fino alla fine e così via.”- Vivian Maier

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